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Salvatore Di Giacomo, autore poliedrico tra gli artefici dell’epoca d’oro della canzone napoletana…

Salvatore Di Giacomo, autore poliedrico tra gli artefici dell'epoca d'oro della canzone napoletana...
Salvatore Di Giacomo
12.03.1860 – 05.04.1934

“Io racconto il mondo napoletano non come è veramente, ma come sembra” – (S. Di Giacomo)

Il 12 marzo 1860 nasceva Salvatore Di Giacomo, poeta, saggista e drammaturgo italiano… Lo ricordiamo così….

Marzo

Marzo: nu poco chiove
e n’ato ppoco stracqua
torna a chiòvere, schiove;
ride ‘o sole cu ll’acqua.

Mo nu cielo celeste,
mo n’aria cupa e nera,
mo d’ ‘o vierno ‘e ‘tempeste,
mo n’aria ‘e Primmavera.

N’auciello freddigliuso
aspetta ch’esce o sole,
ncopp’ ‘o tterreno nfuso
suspirano ‘e viole…

Catarì, che vuò cchiù?
Ntienneme, core mio,
Marzo, tu ‘o ssaje, si’ tu,
e st’auciello song’ io.

Pianefforte ‘e notte

Nu pianefforte ‘e notte
sona luntanamente,
e ‘a museca se sente
pe ll’aria suspirà.

È ll’una: dorme ‘o vico
ncopp’a nonna nonna
‘e nu mutivo antico
‘e tanto tiempo fa.

Dio, quanta stelle ‘n cielo!
Che luna! E c’aria doce!
Quanto na della voce
vurria sentì cantà!
Ma sulitario e lento
more ‘o mutivo antico;
se fa cchiù cupo ‘o vico
dint’a ll’oscurità…

Ll’anema mia surtanto
rummane a sta fenesta.
Aspetta ancora. E resta,
ncantannese, a pensà.

Aspetta ‘a primavera

Aspetta ‘a primavera.
Aspetta ca stu velo
scuro d’ ‘o vierno nu’ se vede cchiù.
Aspetta. Aspetta
na iurnata sincera,
n’ at’ aria, n’ ata luce n’ ato cielo…

(E ‘a bella primavera
addurosa, è bbenuta –
ma pe tant’ ata gente e no’ p emme.
E, ‘o ssoleto, è passata,
fresca, priata,
allerta –
e fermata nun s’è: se n’è fuiuta…)

Està, c’ adduorme – afosa,
abbagliante, pesante,
che martirio che si’!
Venesse autunno!
E cadessero ‘e ffronne,
lentamente,
nziemm’ ‘o silenzio suio,
ncopp’ a stu munno…

(Ma che buo’? Ma che guarde,
tanto lontanamente,
anema mia scuieta?
Che desidere cchiù,
si è troppo tarde?…)

‘A retirata

Gioia bella.
pe’te vedé
c’aggio fatto
nun può sapé!

Si putesse parlà stu core,
quanta cose vulesse di’;
ma, chiagnenno pe’ lu dulore,
io m’ ‘o scippo, pe’ n’ ‘o sentì!

Napule e nenne belle,
addio v’avimm’ ‘a di’…
Sentite ‘a retirata?
Ce n ‘ avimmo da trasi!

Dice ‘a gente
parlanno ‘e me,
ca si parto
mme scordo ‘e te!

A ‘sta gente stu core mio,
pe’ risposta tu fa’ vede’,
e dincello ca, si part’io,
tiene mmano nu pigno ‘e me.

Napule e nenne belle,
addio v’ avimm’ ‘a di’…
Sentite ‘a retirata?
Ce n ‘ avimmo da trasì!

Gioia bella,
te l’aggi’ ‘a di’
ca dimane
s’ha dda partì!

Statte bona, può sta sicura
c’ ‘a medaglia voglio turnà!
A stu core tiénece cura,
si nun torno nun ‘o jettà!

Napule e nenne belle,
addio v’avimm’ ‘a di’…
Sentite ‘a retirata?
Ce n avimmo da trasì!

Salvatore Di Giacomo,  nacque a Napoli il 12 marzo 1860. Conseguita la licenza ginnasiale presso il collegio della Carità, si iscrisse nel 1875 al liceo “Vittorio Emanuele”, dove fu suo insegnante di lettere italiane V. Padula. Ancora studente, il D. fondò e diresse un giornale letterario Il Liceo, cui collaborò lo stesso Padula. Per compiacere il padre, medico, si iscrisse poi alla facoltà di medicina, ma al terz’anno l’abbandonò per darsi al giornalismo. In una colorita pagina autobiografica si può leggere il disgusto del poeta per l’anatomia, che lo indusse a lasciare gli studi e l’università, specie dopo il macabro incidente avvenuto il giorno in cui vide rovesciarsi per le scale una tinozza ricolma di membra umane. Con O. Fava e V. Pica fondò Il Fantasio, periodico letterario tra i più brillanti di Napoli intorno al 1880. Poi, per un breve periodo, fu impiegato presso la tipografia Giannini. Nel 1882 passò a collaborare a vari giornali (era l’epoca d’oro del giornalismo napoletano), fra cui Il Corriere del mattino diretto da M. Cafiero, con una serie di racconti fantastici – fra Hoffmann e Poe – ambientati in una immaginaria città tedesca popolata di sinistri studenti e di scienziati maniacali. Lo stesso Cafiero e F. Verdinois, che dirigeva la pagina letteraria, dubitarono a lungo che fossero suoi. Più tardi ne raccolse una scelta di sei nel volume Pipa e boccale (1893), ma accettò il consiglio di Matilde Serao che benevolmente lo sconsigliò di proseguire per quella strada. In quel periodo strinse amicizia con R. Bracco e cominciò a frequentare gli ambienti artistici e letterari fra cui il cenacolo della piccola birreria Strasburgo a piazza Municipio. Sempre nel 1882 iniziò a collaborare al Pro Patria, alla Gazzetta, al Pungolo, al Corriere di Napoli  (dove si firmava “II paglietta” per la cronaca giudiziaria), e pubblicò su Il Corriere del mattino il sonetto Uocchie de suonno, che aprirà nel 1907 l’edizione ricciardiana delle Poesie. Il sonetto, scritto ancora, come tutte le prime liriche, nella prima maniera dialettale usata dal D. (che era poi il napoletano di fine Ottocento, con l’articolo determinativo e la preposizione articolata completi), subito rivela, insieme con gli altri due del gruppo di Nannina, i tre aspetti cardine della poesia digiacomiana: il colore, la melodia, l’azione scenica. Ancora in quello straordinario 1882, dopo aver conosciuto il giovane musicista M. Costa, il D. compose la canzone Nannì! Mehdimme ca sì, la prima di una lunghissima serie che egli scrisse per la popolare festa di Piedigrotta, di cui diventò presto l’acclamato poeta non senza danno, però, per la sua fortuna critica. L’anno dopo, presso l’editore Pierro di Napoli uscirono le novelle Minuetto Settecento, che ricevettero i lusinghieri apprezzamenti di Fogazzaro, cui il D. le inviò, nonché le lodi e gli utili consigli di Matilde Serao e di F. Martini. Esse rivelano l’amore nostalgico che il D. sempre portò al Settecento soprattutto musicale, al melodramma e all’opera buffa di Cimarosa, Paisiello, Pergolesi, di cui l’invaghivano la felicità, la spontaneità e anche la facilità creative che vedeva destinate a ridursi fortemente nel sopravanzante secolo XX. Nel 1884 perse il padre in seguito a una epidemia di colera, venendosi a trovare in difficili condizioni economiche. Nello stesso anno pubblicò i “bozzetti napoletani” Nennella e, sempre a Napoli, i Sonetti con una dedica a Olga Ossani, una giornalista che si firmava Febea. A la prima raccolta di poesie pubblicata dal D., che, mentre fu sempre sollecito a pubblicare le novelle, nei confronti delle liriche si mostrò spesso neghittoso forse per una estrema forma di pudore da cui non riuscì mai a liberarsi del tutto. Due anni dopo pubblicò le novelle Mattinate napoletane, dove il colore e un tenero strazio sentimentale predominano in una scrittura impressionistica, e a volte contemporaneamente di forte espressione, o pervasa d’idillio e malinconia. In quello stesso 1886 uscirono i sonetti ‘Ofùnneco verde. Era stato detto, provocatoriamente, che il D. non sarebbe stato in grado di esprimere l’anima “rumorosa, gaia, canzonatoria ed epigrammatica” del popolo napoletano. Così compose quei sonetti: magistrali scene di vita di un “basso” che presto sarebbe stato distrutto dai lavori di risanamento. Prostituzione, malavita, fatture, usura, miseria, commedia e tanta umanità vi sono rappresentate con straordinaria vivacità teatrale. Due sonetti iniziali dipingono realisticamente la miserabilità del luogo evocandone persino gli odori. Gli altri sono invece dialogati, ma la parlata popolare è colta piuttosto nei sentimenti che nei fatti sceneggiati, nella tipica emotività delle classi povere meridionali più che nel folklore vero e proprio. Nel 1887, presso Pierro, uscì il poemetto ‘Omunasterio che insieme con un altro, titolato Zì munacella (1888), è una storia conventuale di sospiri amorosi, dove di più predomina non la vita claustrale ma il potente richiamo della vita di fuori. In ‘O munasterio un marinaio si fa frate per amore ma non sa darsi pace. In Zi munacella si racconta il delicato gesto di una ragazza che per salvare il suo innamorato, condannato a morte per aver commesso un delitto passionale, si fa monaca senza sapere che quel delitto non è stato commesso per lei, ma per un’altra donna. Nelle novelle Rosa Bellavita, invece, che il D. pubblicò nello stesso anno di Zì munacella, le storie di passione, di gelosia, di vendetta hanno libero corso: storie popolari, però, sempre trattate con un realismo che a tratti si stempera e trapassa nella psicologia. Presso l’editore Bideri uscì nel 1889 il dramma in tre atti Mala vita, “scene popolari napoletane”, che l’anno precedente era stato rappresentato in numerose città con notevole successo. Lo stesso Verga ne scrisse al D. con parole entusiastiche. Mala vita era stato tratto, con la collaborazione di G. Cognetti, dalla novella Il voto (e nell’edizione definitiva del Teatro si intitolerà ‘Ovoto). È la vicenda a sfondo sociale dell’impossibile redenzione di una prostituta costretta dalla forza del coro sociale a ricadere nel primitivo mestiere. Sempre dall’editore Bideri, il D. pubblicò nel 1891 Canzoni napolitane, illustrate da E. Rossi. Il meglio della canzone napoletana s’avvalse dei versi del D., che per quasi trent’anni non smise di comporre per Piedigrotta. La raccolta Canzoni napolitane va letta pensando sempre alla destinazione musicale dei versi, i quali qui si rarefanno in pura melodia assai più che altrove. Ricordiamo alcune che hanno fatto epoca: A Marechiare, dove nella prima strofa è detto lo sconvolgimento panico allo spuntare della luna: i pesci s’accoppiano felici, le onde si rivoltano, per la contentezza cambiano colore: magico scenario della passione del poeta per la ragazza della celebre finestra, invitata a svegliarsi col canto della sua chitarra alla dolcezza dell’aria serale; ‘E spingole frangese, la maliziosa canzone dell’intraprendente venditore ambulante di spilli di sicurezza; la delicatissima Palomma e notte, dove il poeta cerca di allontanare una farfalla che rischia di bruciarsi le ali alla fiamma della candela, perché non può tollerare che possa distruggersi lei che ha la facoltà di volarsene libera nell’aria odorosa. Nel 1892 il D. fondò insieme con il Croce e con altri la rivista Napoli nobilissima, e nello stesso anno subentrò – insieme con R. Bracco – a Matilde Serao presso la rubrica Apimosconi e vespe del Corriere di Napoli. Ma ormai la sua parabola giornalistica volgeva al termine (una raccolta di suoi articoli. con il titolo La vita a Napoli, è stata pubblicata a Napoli nel 1986 a cura di A. Fratta e M. Piancastelli). La collaborazione ai giornali lo stancava, aveva bisogno di maggiore concentrazione. Scoppiato di nuovo il colera a Napoli, il D., memore della disgraziata morte del padre, si trasferì a Santa Maria Capua Vetere, con la madre e la sorella. Nel dicembre di quell’anno assunse l’incarico di vice bibliotecario presso il conservatorio “S.Pietro, a Maiella”, ma l’anno dopo passò alla Biblioteca universitaria. Nel 1895 pubblicò da Pierro i sette sonetti A SFrancisco, serrata e forte vicenda di gelosia e malavita ambientata nell’omonimo carcere napoletano, svolta con magistrale capacità descrittiva e teatrale insieme. Don Giovanni Accietto, marito tradito, uccide la moglie e finisce in galera, dove, non pago del primo omicidio, sa che incontrerà l’amante Tore ‘Nfamità e potrà uccidere anch’esso. La pittura dello stanzone ove sono ammucchiati i carcerati, l’ambiguo dialogo tra don Giovanni e la futura vittima, la fulmineità dell’accoltellamento di questa che si era accostata a don Giovanni non pensando che lui sapesse, l’andante spasmodico tutto teso al tragico epilogo, fanno di quest’opera condotta con un ritmo poetico perfettamente funzionale all’azione drammatica un piccolo capolavoro della poesia dialettale italiana. L’anno dopo fu incaricato della sistemazione della biblioteca dell’istituto di belle arti, dove ebbe modo di frequentare agevolmente i suoi amati amici pittori, l’ambiente dei quali fu forse il più congeniale alla sua natura. Nel 1898, ancora presso l’editore Pierto, pubblicò Ariette e sunette, la raccolta che contiene alcune fra le più celebrate liriche del Di Giacomo. Pensiamo all’incanto plenilunare e meditativo di Pianefforte e notte, alla vivacità del settenario sdrucciolo usato in ‘E ttrezze e Carulina, dove il poeta esorta il pettine della donna desiderata a strapparle tutti i capelli, lo specchio della toletta ad appannarsi, le lenzuola ad infuocarsi e pungere le sue carni, le piante sul tetto della casa a farsi trovare seccate, ma poi è felice di constatare che nella realtà avviene tutto il contrario. Pensiamo alla sentimentale e filosofica mestizia di Tutto se scorda, una delle liriche più dense, al raffinato, impressionistico idillio di Dint‘ ‘o ciardino … La raccolta contiene inoltre, insieme con una gran copia di altre felici liriche, Marzo, la canzone dell’incostanza atmosferica di questo mese che è come l’amore della volubile Caterina, la lirica di gelosia e di disprezzo Dint‘ ‘o suonno, i cinque sonetti di Nunmero vintuno, di contenuto vagamente deamicisiano. L’anno 1900 venne rappresentato al S. Ferdinando, e pubblicato, l’atto unico ‘Omese mariano che il D. ricavò dalla novella Senza vederlo: dramma di una madre che non riesce a vedere il proprio figlio illegittimo ricoverato all’Albergo dei poveri perché – le viene detto – il bambino sta per avviarsi in chiesa insieme con gli altri per celebrare il mese mariano. In realtà nessuno del personale trova il coraggio di comunicarle che suo figlio è morto di meningite la sera prima. Presso l’editore Laterza di Bari, nel 1903 uscirono le novelle di Nella vita. In quell’anno il Croce intervenne autorevolmente su La Critica con un saggio sulla poesia dialettale manifestando la sua ammirazione per l’opera del D., nonostante qualche riserva sui lavori giovanili: è il primo, notevole riconoscimento ufficiale della sua poesia. Sempre nel 1903 il D. assunse la direzione della biblioteca Lucchesi Palli, sezione della Nazionale di Napoli, incarico che portò avanti con competenza e amore. L’attività di bibliotecario fu quella dove egli raggiunse se non la felicità almeno la maggiore serenità di cui poté disporre nella sua vita. Fu alla Lucchesi Palli che conobbe Elisa Avigliano, romantica studentessa di quasi vent’anni più giovane, che dopo undici anni di difficile, tortuoso fidanzamento sposò nel 1916, soltanto una volta morta la madre. Di recente sono state ritrovate e pubblicate le Lettere a Elisa (1973), che illuminano sufficientemente sul carattere del D. e la sua sensibilità esacerbata dalla paura del mondo: un carattere mite e fragile che può farsi crudele e far soffrire per nevrotico timore di soffrire, la dipendenza dalla madre, l’incapacità di sostituire l’immagine di lei con quella di un’altra donna che potesse occupare nel suo animo un posto altrettanto importante (ecco spiegata la quantità di figure femminili fittizie che occupa l’opera poetica, le Caruli, le Nanni, le Carmè, le Mari, le Adelà, le Rusì, le Catarì, e così via: tante, tutte, cioè nessuna). Vicino ai cinquant’anni, il D. non aveva ancora raccolto in un unico volume le sue poesie sparse presso vari editori. La prima edizione completa delle Poesie  uscì per l’intervento del Croce e dell’amico F. Gaeta presso l’editore Ricciardi soltanto nel 1907, con il glossario a cura del Gaeta e le note dello stesso Croce: un’edizione storica con cui la benemerita casa editrice napoletana iniziò la sua attività. Vide la luce così anche la raccolta Vierze nuove, che contiene il gruppo di liriche ‘A strata, dove ritornano il clima e gli ambienti già intravisti in ‘O fùnneco verde, precedentemente pubblicate (1900) in una serie di sei cartoline dal titolo Napoli illustrata. Ricordiamo ‘A lezzione, il colorito ripasso di una lezione di accattonaggio, la patetica e sconsolata nottata di Irma, “nomme furastiero: ma se chiamma Peppenella”, la prostituta cacciata dalla locanda in mezzo alla strada, che tutta la notte cerca invano clienti per dormire da qualche parte, e al mattino stanca morta si mangia una fresella bagnata nell’acqua e si getta in terra a dormire come “na mappata”, un grosso involto. O il trionfo agreste del maggio odoroso nella rapida rappresentazione di Na tavernella. Nel 1909 avvenne il debutto trionfale dei due atti di Assunta Spina, rappresentati per la prima volta al teatro Nuovo di Napoli. Il dramma, tratto dall’ornonima novella della raccolta Rosa Bellavita, dove l’enigmatica figura di Assunta Spina prima istiga il marito a vendicarla dell’amante che l’ha lasciata e offesa, poi, quando questi viene ucciso a coltellate dal marito che si dà alla fuga, dichiara alla legge di essere stata lei ad assassinarlo, nel passare dal racconto alla scena perde alcuni inquietanti significati, ma rimane uno dei più riusciti del teatro digiacomiano. L’anno dopo – 1910 – tutto il Teatro fu pubblicato dall’editore Carabba di Lanciano in una edizione comprendente ‘O votoA SFranciscoAssunta Spina, ‘O mese mariano e l’atto unico Quand lamour meurt. Su proposta del Croce in quell’anno il D. fu ammesso nell’Accademia Pontaniana di Napoli, mentre nel 1911 apparve a Firenze un altro notevole contributo alla comprensione della sua opera: l’amorevole studio dell’amico Gaeta, ricco di preziose testimonianze. L’ultima raccolta di poesie Canzone e ariette nove vide la luce nel 1916 sempre presso Ricciardi. Vi si legge un D. ripiegato su se stesso, a tratti mesto, sempre più autunnale. Il tema della nostalgia e dell’impossibilità del recupero del tempo trascorso anima di dolce, malinconica poesia le tre ultime liriche, quiete, aeree, di una sofferenza intensa e lieve al contempo: Stammo intaùsto e chiove…, dove il poeta, stanco dell’affaticante estate, non si dispiace che un temporale d’agosto sembri porre fine alla stagione, l’aria fresca d’autunno ormai è ciò che più anela, Arilloanimaluccio cantatore, dove il D. invoca sconsolato un grillo di accompagnarlo a casa col suo canto perché è ormai un pover’uomo dal cuore confuso, dai pensieri scontenti. La primavera invece torna in Aspetta a primmavera, ma viene per altri, non più per il poeta da cui non si ferma, passa e diventa martirio estivo che costringe ad invocare di nuovo il sospirato autunno. Nel 1921 Luigi Russo diede alle stampe un notevole saggio sull’opera digiacomiana, uno degli studi più riusciti, scritto, come notò egli stesso, in una specie di ebbrezza intellettuale e artistica. Per il Russo la personalità del D. è largamente comprensiva e rappresentatrice di un intero mondo culturale, quello musicale, poetico e pittorico di Napoli, che confluisce tutt’intero nella sua poesia. Dopo essere stato proposto nel 1924 per il Senato, proposta cui non seguì la convalida perché si disse, amareggiandolo molto, che Piedigrotta non poteva entrare a palazzo Madama, si riparò con la nomina ad accademico d’Italia nel 1929. Ma il D., colpito fin dall’estate del 1930 da un attacco uricemico seguito da una grave forma di atassia nervosa che lo ridusse alla quasi immobilità, non partecipò mai ad alcuna seduta. Il fascismo, poi, lo intimidiva, lo stordiva, e certo non poteva alleggerire la profonda misantropia che lo colse negli ultimi anni. Morì nella notte fra il 4 e il 5 apr. 1934 a Napoli, dopo un nuovo attacco uricemico. Accanto al D. poeta, novelliere e scrittore di teatro, non va dimenticato l’appassionato ricercatore e il colorito e nostalgico saggista. Dotato di capacità rievocativa più da artista che da erudito, servendosi della piacevolezza di una prosa più aneddotica che scientifica, il D. rivisse amorosamente interi momenti di storia patria e di costume. Cronaca del teatro SCarlino (1891) rievoca le gloriose gesta sceniche dei Cammarano, dei De Martino, dei Petito, in quello che fu per un secolo e mezzo il centro della scena napoletana. La prostituzione in Napoli nei secoli XV,  XVIXVII  (1899), invece, è lo studio – rigoroso ma privo di pedanteria – su come veniva regolata la prostituzione cittadina sin dall’età di Ruggero I. Testimoniano poi dei suoi forti interessi per le arti figurative i due saggi pubblicati nel 1905: Vincenzo GemitoLa vitalopera, e Domenico Morelli pittore (datato quest’ultimo 1901), e di quelli storici – sempre legati alla vita cittadina – lo studio Il Quarantotto, “notizie, aneddoti, curiosità, intorno al 15 maggio 1848”. E poi ancora le sue ricerche sui conservatori musicali del Settecento, l’interesse filologico per l’origine di certe famose canzoni (Fenesta ca luciveTe voglio bene assaie), per la storia di importanti manifestazioni popolari come quella di Piedigrotta, ecc. Pochi poeti sul tramontare dell’Ottocento hanno avvertito e sottilmente sofferto il mutamento dei tempi come Salvatore Di Giacomo. L’opera sua di ricerca erudita in fondo testimonia un bisogno sentimentale di recupero di un mondo culturale ormai scomparso, e di conservazione di quanto ancora ai tempi suoi mandava gli ultimi, pallidi bagliori. Su un altro versante, e con intenti meno scientifici, somiglia a quanto andava facendo su per giù nella stessa epoca Giuseppe Pitrè con la cultura popolare siciliana. La nostalgia è la musa che l’attraversa, si può dire, tutta quanta, e più ancora che nei versi o nelle novelle dove vive trasfigurata dalla necessità dell’invenzione. Il D. scriveva rivolto sinceramente al passato, soprattutto a quel Settecento partenopeo di cui ancora qualche traccia permaneva ai tempi suoi, e che egli viveva come il secolo “delle favole melodiose e idilliche, dove si componeva senza sforzo, senza lotta, senza il sentimento del distacco, la dissonanza della vita” (L. Russo). Il fascino della sua arte nasce da una mistura felicemente riuscita di naturalismo e decadentismo, così in essa invano si cercherebbe una reale dipendenza da un Verga come da D’Annunzio, da Fogazzaro come da Pascoli. Il modo di ritrarre del D. ha ben poco a che vedere con la luce cruda, meridiana e pietrificata del verismo verghiano, trattasi piuttosto di un realismo di tipo ellenistico, chiaroscurale e pittorico, che sconfina naturalmente e felicemente nell’impressionismo. Le parole che il D. scrisse in un articolo dedicato ai suoi adorati pittori della scuola di Posillipo, in fondo si potrebbero riferire alla sua poesia: “Né – si dica che quelli artisti rimasero, nella contemplazione della natura, solamente oggettivi: un qualunque paesaggio è sempre uno stato dell’anima, ogni filo d’erba ha la sua storia. E attraverso le ardite forme veristiche di quella poesia tonica e fortificante, forse è passata, per raggiungere vette più sublimi, la poesia morelliana, penetrata di terrore e di pietà” (Lucied ombre napoletane, in Opere, II, pp. 816 s.). Lo stesso dialetto usato, di una dolcezza e raffinatezza mai più uguagliate, non è forgiato per ritrarre veristicamente, ma più per raggiungere effetti di colore mescolati alla più aerea musicalità. Perché poesia dialettale non significa per forza poesia popolare, nel senso di incolta o rozza, specie a Napoli dove il vernacolo attraversa tutti gli strati sociali, e veniva usato persino a corte. Infatti il D. rimane sempre un borghese che scrive in modi dialettali, un puro intellettuale che nella cultura popolare opera selezioni e trasceglie, che semmai risulta “popolare” di ritorno, nel senso della vasta popolarità di cui ancora oggi gode la sua opera. Il popolo è per forza visto attraverso i suoi occhi, non certo dal di dentro. D’altra parte il popolo non può esprimersi come autore. Da come ha scritto in Napolifigure e paesi, il D. al riguardo aveva le idee piuttosto chiare e corrette: “Come potrei affermare ancora una volta, contro l’opinione generale, che dal popolo, dal popolo basso, dalla plebe infine non è mai rampollata di getto, con ugual metro e con pulita forma, la canzone della quale non si ritrova lautore? … Il popolo – è vero – può creare e inventare e dar volo alla sua produzione fantasiosa, ma non è il popolo quello che scrive e stampa: qualcuno sta tra tipografo e plebe, le più volte uno sconosciuto ed umile rifacitore e rimpastatore, talvolta pur chi sa modellare nella grossolana abbozzatura di un canto o narrativo o puramente e semplicemente lirico un’opera poetica perfetta” (ibid., p. 480). La poesia del D. è certo inseparabile dal suo dialetto, perché pensata e costruita nei termini di quella coralità che appartiene inconfondibilmente a tutta la civiltà partenopea. Però, se da una parte è fatta di suoni che sono e restano quelli profondi e antichi di un’intera comunità, dall’altra con essi il D. erige lo squisito edificio di una poesia fortemente originale, sicuramente fra le maggiori espressioni letterarie della fine del nostro Ottocento.

Teresa Anania

Fonte biografica: www.treccani.it

Teresa Anania

Pubblicato da Teresa Anania

Eccomi..... Sono Teresa Anania, e ho una passione sfrenata per i libri. Un amore iniziato ad otto anni e cresciuto nel tempo. Amo scrivere e riversare, nero su bianco, emozioni, sentimenti e pensieri concreti e astratti. La musica è la colonna sonora della mia vita. Ogni libro lascia traccia dentro di noi e con le recensioni, oltre a fornire informazioni "tecniche", si tenta di proiettare su chi le leggerà, le sensazioni e le emozioni suscitate. Beh..... ci provo! Spero di riuscire a farvi innamorare non solo dei libri ma della cultura in senso lato.

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