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LA CAPPELLA DI SANSEVERO. STORIA E LEGGENDE DELLA CHIESA DEL CRISTO VELATO

Tra i vicoli di Napoli, nel cuore del suo centro storico, c’è una chiesa sconsacrata, ricca di simboli alchemici ed esoterici, celati nei marmi e negli affreschi che adornano il tempio e considerata un gioiello del nostro patrimonio artistico internazionale: stiamo parlando della Cappella Sansevero, detta anche chiesa di Santa Maria della Pietà o Pietatella. Restaurata e riorganizzata grazie alla geniale idea di Raimondo di Sangro, settimo principe di Sansevero, è conosciuta in tutto il mondo per essere la depositaria di una delle opere più spettacolari, il Cristo Velato, anche se in realtà ospita numerosi capolavori degni di nota, ciascuno dei quali è dedicato ai componenti della dinastia del principe e ciascuno con un duplice significato, sia massonico che alchemico. Qui troviamo l’Amor divino, il Decoro, il Dominio di sé stessi, l’Educazione, la Liberalità, lo Zelo della ragione, la Soavità del giogo coniugale, la Sincerità, la Pudicizia, il Disinganno, oltre alle ambigue Macchine anatomiche. Ma quali sono le vere origini di questa chiesa? Cerchiamo di ricostruirne la storia che, a dire il vero, affonda le sue radici nella leggenda. C’è chi sostiene che la cappella sia stata eretta su un tempio già esistente, dedicato alla dea Iside. Un’altra leggenda, invece, riportata da Cesare d’Engenio Caracciolo nel suo “Napoli sacra”, sostiene che un uomo innocente stava per essere trascinato in carcere, quando, passando vicino al palazzo dei di Sangro in prossimità di Piazza San Domenico Maggiore, vide crollare un pezzo di parete e apparire l’immagine della Madonna che teneva tra le braccia il Cristo morto, una pietà che darà poi il nome alla chiesa. Dopo poco tempo, l’uomo fu riconosciuto innocente e, sentitosi graziato, fece restaurare la Pietà, impegnandosi a mantenere sempre accesa una lampada d’argento. L’immagine sacra divenne in breve meta di pellegrinaggio. Anche il duca di Torremaggiore Giovan Francesco di Sangro, primo principe di Sansevero, gravemente malato, si rivolse a questa Madonna implorando la guarigione. Graziato, come atto di riconoscenza, fece erigere una piccola cappella nel punto esatto in cui era apparsa l’immagine sacra. Fu però il figlio di Giovan Francesco, Alessandro di Sangro, a intraprendere grandi lavori di ampliamento per conferire alla piccola chiesetta le dimensioni di un vero e proprio tempio votivo, destinato poi a ospitare le sepolture degli antenati e dei futuri membri della famiglia. Secondo studi più recenti, invece, pare che l’origine della cappella sia dovuto a un omicidio, compiuto nella notte tra il 16 e il 17 ottobre 1590 da Carlo Gesualdo da Venosa, in cui persero la vita Maria d’Avalos, moglie di Carlo Gesualdo, e l’amante di lei, Fabrizio Carafa, figlio di Adriana Carafa della Spina, moglie in seconde nozze di Giovan Francesco di Sangro e prima principessa di Sansevero. In seguito a questo avvenimento nefasto, la madre di Fabrizio avrebbe fatto edificare la cappella, in onore alla Madonna e per la salvezza eterna dell’anima del figlio. Ipotesi questa, piuttosto acclarata anche dall’iscrizione in latino “Mater Pietatis”, presente sulla volta della chiesa e contenuta in un sole raggiante. In concomitanza con la data dell’assassinio, c’è ancora oggi chi sostiene di sentire l’eco di colpi di arma da fuoco e di intravedere lo spirito di una donna correre e urlare in modo straziante per le strette vie del posto. Ad ogni modo, qualunque sia stata la sua vera origine, è certo che i lavori per la costruzione della cappella iniziarono nel 1593, come si evince anche da alcune polizze in possesso del Banco di Napoli. Alcuni documenti, evidenziano che già nel Seicento la chiesa dei di Sangro presentava elementi di notevole valore artistico. Per esempio, il vescovo Pompeo Sarnelli, la descrisse come:

“…grandemente abbellita con lavori di finissimi marmi, intorno alla quale sono le statue di molti degni personaggi di essa famiglia co’ loro elogi”.

A questo periodo appartengono sicuramente il monumento al primo principe di Sansevero, Giovan Francesco di Sangro, probabilmente realizzato da Giacomo Lazzari nella prima metà del XVII secolo e collocato nella seconda cappella laterale sulla sinistra; la statua del secondo principe Paolo di Sangro, situata nella prima nicchia sulla destra; il monumento a Paolo di Sangro quarto principe di Sansevero che si trova nella prima nicchia sulla sinistra e il monumento al Patriarca di Alessandria, Alessandro di Sangro, posizionato nel lato sinistro della cappella in prossimità dell’altare.

Ma fu Raimondo di Sangro, uomo di profonda cultura, esponente del primo illuminismo europeo, grande letterato, primo Gran Maestro della Massoneria napoletana e prolifico inventore, che verso gli anni ’40 del XVIII secolo, diede avvio alla ristrutturazione della cappella gentilizia, con l’intento di realizzare un vero e proprio progetto iconografico, per molti considerato criptico. Già, perché la figura di questo personaggio poliedrico ed eclettico, è sempre stata costellata da storie e leggende che sono giunte fino a noi, e che lo hanno dipinto come un uomo diabolico e perverso. Pare che ancora oggi ci sia chi, passando davanti a Palazzo Sansevero, si faccia il segno della croce come a voler scacciare i malefici del temuto e misterioso principe.

Salvatore Di Giacomo scriveva:

“Fiamme vaganti, luci infernali passavano dietro gli enormi finestrini che danno, dal pianterreno, nel Vico Sansevero (…) Scomparivano le fiamme, si rifaceva il buio, ed ecco, romori sordi e prolungati suonavano là dentro: di volta in volta, nel silenzio della notte, s’udiva come il tintinnio d’un incudine percossa da un martello pesante, o si scoteva e tremava il selciato del vicoletto come pel prossimo passaggio d’enormi carri invisibili”.

Benedetto Croce, nel suo “Storie e leggende napoletane” di lui scriveva:

“Solo che per essere un gran signore, un principe, egli riuniva alle arti diaboliche capricci da tiranno, opere di sangue e atti di raffinata crudeltà. Per lieve fallo fece uccidere due suoi servi, un uomo e una donna, e imbalsamare stranamente i corpi in modo che mostrassero nel loro interno tutti i visceri, le arterie e le vene, e li serbò in un armadio, e ancora si mostravano dal sagrestano in un angolo della chiesa; ammazzò altra volta nientemeno che sette cardinali, e dalle loro ossa costruì sette seggiole, ricoprendo e il fondo con la loro pelle; all’artista che gli scolpì per la sua cappella il Cristo morto, trasparente sotto un velo di marmo, e che vi lavorò la vita intera, fece cavare gli occhi affinché non eseguisse mai per altri così straordinaria scultura…”

Altro fantasioso racconto riguarda la sua morte, di cui sempre Croce scriveva:

“Quando sentì non lontana la morte, provvide a risorgere, e da uno schiavo moro si lasciò tagliare a pezzi e ben adattare in una cassa, donde sarebbe balzato fuori vivo e sano a tempo prefisso; senonché la famiglia (…) cercò la cassa, la scoperchiò prima del tempo, mentre i pezzi del corpo erano ancora in processo di saldatura, e il principe, come risvegliato nel sonno, fece per sollevarsi, ma ricadde subito, gettando un urlo di dannato”.

Al termine dei lavori, all’esterno della porta laterale della cappella, fu posta una lapide, datata 1767.

“Chiunque tu sia, o viandante, cittadino, provinciale o straniero, entra e devotamente rendi omaggio alla prodigiosa e antica opera: il tempio gentilizio consacrato da tempo alla Vergine e maestosamente amplificato all’ardente principe di Sansevero don Raimondo di Sangro per la gloria degli avi e per conservare all’immortalità le sue ceneri e quelle dei suoi nell’anno 1767. Osserva con occhi attenti e con venerazione le urne degli eroi onuste di gloria e contempla con meraviglia il pregevole ossequio all’opera divina e i sepolcri dei defunti, e quando avrai reso gli onori dovuti profondamente rifletti e allontanati”.

Ma intanto avviciniamoci a questa struttura misteriosa, e proviamo ad entrare.

La cappella presenta una facciata modesta e sobria, che si apre sulla stretta via Francesco de Sanctis, ma appena dentro, ci si ritrova davanti un ambiente spettacolare e unico, di stile barocco. Immediatamente risaltano i colori brillanti degli affreschi, la particolarità delle statue e la presenza di medaglioni. La chiesetta, di forma rettangolare, ha un’unica navata in quattro grandi archi per le quattro Cappelle; tra gli archi acuti e il cornicione si trovano dei capitelli corinzi in stucco, disegnati dallo stesso principe; la volta, affrescata dal Russo nel 1749, rappresenta la “Gloria del Paradiso” con cupolette, costoloni, archi e finestre da cui si affacciano i sei santi della famiglia. Sempre del Russo sono la cupoletta, affrescata sulla volta dell’altare, e i disegni sulla piccola balconata, mentre sono opera del Queirolo gli archi delle cappelle, con i cardinali della famiglia nei sei medaglioni, e altri quattro medaglioni con ritratti decorativi sui monumenti. Sulla porta maggiore è collocata una piccola tribuna dalla quale partiva il passaggio tra la chiesetta e il Palazzo. La volta della cappella è interamente affrescata con colori che ancora oggi risultano essere estremamente vividi, nonostante non siano mai stati soggetti a restauri, a parte un piccolo intervento di consolidamento eseguito tra il 1988 e il 1990. Secondo alcuni storici, il Principe avrebbe utilizzato dei colori speciali di sua invenzione, detti “oloidrici”, che avrebbero proprio la caratteristica di restare eternamente brillanti. Nel maggio del 1990, sparì un dipinto di forma ovale rappresentante Raimondo e posto tra due putti di gesso accanto all’altare, ma fu ritrovato nel luglio dell’anno successivo. Il pavimento labirintico di marmoree tarsie policrome e frutto della prodigiosa inventiva del principe, presenta all’interno una linea di marmo bianco, continua e priva di giunture, della cui esecuzione lo stesso Raimondo parla nel suo testamento definendola “difficile e intralciata”, tanto che non fu completato alla data della sua morte. Il motivo a labirinto, di antichissima tradizione classica e pieno di riferimenti alla sapienza ermetica, rappresenta la difficoltà dell’itinerario che l’iniziato deve compiere per giungere alla conoscenza. Risalente ai grandi miti astrali dell’Antico Mondo, la croce gemmata simboleggiava secondo i più il movimento cosmico; i quadrati concentrici, alternati alle svastiche, alluderebbero al tetragono degli elementi. I labirinti, presenti in molte cattedrali gotiche e anche nelle cosiddette “dimore filosofali”, sono l’immagine alchemica della Grande Opera. Però, un grave crollo avvenuto nel 1889, danneggiò irrimediabilmente il rivestimento tanto che la cappella fu pavimentata nuovamente con il cotto napoletano, smaltato,in giallo e azzurro in corrispondenza dello stemma dei di Sangro. Ciò che resta, oggi, lo si può vedere nel passetto antistante la tomba di Raimondo, nella Cavea sotterranea e in Sagrestia. Sopra l’altare maggiore c’è un altorilievo raffigurante la “Deposizione “, ad opera di Francesco Celebrano, che fonde elementi tardo-barocchi a quelli vividi delle sculture seicentesche. Ciò che traspare in maniera inequivocabile è la sofferenza dei volti di Maria e della Maddalena, mentre il corpo di Cristo viene deposto. Più in basso, due putti reggono il sudario nel quale è scolpito il volto di Gesù, mentre, al di sotto della mensa, altri due putti scoperchiano il sepolcro. Ai lati dell’altare sono posti due meravigliosi angeli scolpiti da Paolo Persico, stesso autore della cornice di angeli a raggiera nella quale è posto il dipinto della Pietà, realizzato da un ignoto artista del ‘500 al quale è legata la leggenda relativa alle origini della cappella. Infine, sul lato destro del presbiterio, c’è un vano dal quale si accede a un coretto. Elemento fondamentale del progetto iconografico di Raimondo di Sangro sono le dieci statue denominate Virtù, addossate ad altrettanti pilastri. All’interno delle cappelle laterali e inframmezzati alle statue appena citate, si trovano i monumenti funebri di diversi principi e altri esponenti della casata, compresi lo stesso principe Raimondo e suo figlio Vincenzo. Difatti, l’intenzione principale di Raimondo, era quella di creare una cappella sepolcrale che potesse accogliere e onorare il proprio casato. Nelle raffigurazioni delle Virtù, risulta evidente trovare significati allegorici, spesso riconducibili al mondo della Massoneria, di cui il principe era Gran Maestro. Attraverso le Virtù, Raimondo vuole rappresentare le tappe di un cammino spirituale, paragonabile a quello di un iniziato massone, volto a condurre ad una migliore conoscenza e al perfezionamento di sé.

La prima opera che si incontra appena entrati nella cappella e partendo da sinistra, è il

MONUMENTO A GIOVAN FRANCESCO DI SANGRO, TERZO PRINCIPE. Giovan Francesco morì a soli quarant’anni durante una spedizione militare in Africa a causa di una malattia. Esso raffigura un angelo alato, che piange sulla lapide che ricorda le doti militari del nobile, le cui lacrime sembrano cadere nell’acquasantiera a forma di conchiglia posta alla base dell’opera. La sua attribuzione è incerta: alcuni studiosi lo ritengono opera di Francesco Celebrano, altri di Antonio Corradini.

Il DECORO si trova sulla sinistra della porta d’ingresso della cappella, ed è stata realizzata da Antonio Corradini tra il 1751 e il 1752. È un’opera dedicata alla prima e alla seconda moglie di Giovan Francesco di Sangro, terzo principe di Sansevero, rappresenta la qualità propria delle due donne.

Questa statua raffigura un giovinetto semicoperto da una pelle di leone; al suo fianco, una testa dello stesso animale, poggiata su un tronco di colonna, simboleggia la vittoria dello spirito umano sulla natura ferina. La colonna reca incisa l’iscrizione “Sic floret decoro decus” (così la bellezza rifulge per decoro). Il fanciullo calza al piede destro un coturno e al sinistro un semplice zoccolo, che denotano la sua duplice relazione, sia con il mondo celeste, sia con quello terreno e, secondo alcuni interpreti, anche la sua natura androgina oltre al contegno che ogni uomo dovrebbe tenere in base alla propria posizione sociale. In origine il basamento era corredato da un bassorilievo, raffigurante l’episodio biblico di “Susanna tentata dai vecchioni”, che però fu rimosso nel 1755.

Il MONUMENTO A PAOLO DI SANGRO, QUARTO PRINCIPE, è sito nella prima cappella sulla sinistra, ed è una delle quattro statue presenti nella cappella provenienti dalla sua sistemazione seicentesca. Fu realizzato da Bernardo Landini e Giulio Mencaglia nel 1642 e raffigura Paolo nelle vesti di un cavaliere in armatura, con la spada legata al fianco e l’elmo poggiato a terra ai suoi piedi. Ai lati del sarcofago posto sotto la statua si notano due maschere e alla sua base due piccoli busti di leone che recano un teschio e una clessidra, ad evidenziare la caducità della vita.

La LIBERALITÀ è dedicata a Giulia Gaetani dell’Aquila d’Aragona, moglie del quarto principe di Sansevero e rappresenta una figura femminile coperta da un morbido drappeggio di marmo. Con la mano sinistra la donna sorregge una grande cornucopia, simbolo di generosità e abbondanza, che riversa a terra oro e ricchezze; nella mano destra, invece, stringe un compasso e alcune monete, simbolo di equilibrio e ancora di generosità. Per terra a fianco della donna, c’è un’aquila, emblema di forza e temperanza. Alle spalle della statua, c’è la faccia di una piramide, al di sopra della quale si trova un medaglione con il ritratto della dedicataria dell’opera. La presenza della piramide in questa cappella, lascia supporre a un rinvio simbolico all’antica sapienza egizia e alla “prisca theologia “.

Il MONUMENTO A GIOVAN FRANCESCO DI SANGRO, PRIMO PRINCIPE è situato nella seconda cappella sulla sinistra e fu commissionato da suo figlio Alessandro nella prima metà del XVII secolo. Il principe, valoroso soldato, è raffigurato con indosso l’armatura e la spada appesa al fianco mentre con la mano destra regge una lancia; un elmo elaborato è poggiato ai suoi piedi. Come nel caso del monumento al quarto principe Paolo di Sangro, la statua e il sarcofago sono circondati da marmi policromi.

Lo ZELO DELLA RELIGIONE è sito tra la seconda è la terza cappella sulla sinistra, ed è un monumento in memoria di Ippolita del Carretto e Adriana Carafa della Spina, consorti del primo principe e fondatore della cappella, Giovam Francesco di Sangro, ricordate per la loro fede. Questa Virtù, che esalta la devozione delle due donne, è incarnata da un uomo in età avanzata che regge con la mano sinistra una lampada simbolo della verità e nell’altra una piccola frusta. Mentre con questo strumento punisce il sacrilegio, con il piede il vecchio calpesta alcuni serpenti, simbolo dell’eresia, che fuoriescono da un libro. In alto, al di sopra di un capitello, due putti reggono un grande medaglione raffigurante le due dedicatarie, mentre un terzo putto è intento a bruciare con una fiaccola altri libri eretici.

La SOAVITÀ DEL GIOGO CONIUGALE (nota anche come “Benevolenza” o “Amor coniugale”), fu dedicata da Raimondo a Gaetana Mirelli, moglie di suo figlio Vincenzo, quando ella era ancora giovane. Per tale motivo il profilo di donna presente nel medaglione è poco più che abbozzato, perché ritraeva una persona ancora vivente. L’opera raffigura una donna in stato di gravidanza è vestita come gli antichi romani con alle spalle il lato di una piramide. La mano destra alzata porta due cuori in fiamme, simbolo dell’amore profondo e reciproco che dovrebbe esistere tra due coniugi; la mano sinistra invece regge un giogo coperto di piume, a simboleggiare una mite obbedienza. Ai piedi della donna un angioletto sorregge un pellicano, animale emblema del sacrificio di Cristo sulla croce e che per questo è associato alla Carità. Anche in questo monumento, c’è chi nota allusioni a procedimenti alchemici. Infatti pare che il Pellicano non solo rappresenti un tipo di storta (recipiente per la distillazione), ma costituisce un’immagine della pietra filosofale dispersa nel piombo allo stato fluido. Infine, secondo la tradizione ermetica, il sangue del pellicano è la cosiddetta quintessenza naturale.

La PUDICIZIA, detta anche Pudicizia velata, è dedicata a Cecilia Gaetani dell’Aquila d’Aragona, madre di Raimondo, morta nel dicembre del 1710, meno di un anno dopo la nascita del figlio. La scultura raffigura una donna completamente coperta da un velo semitrasparente, cinta in vita da una ghirlanda di rose, che ne lascia intravedere le forme e in particolare i tratti del viso. Questa composizione è carica di significati: la lapide spezzata sulla quale poggia la figura appoggia il braccio sinistro, lo sguardo come perso nel vuoto e l’albero della vita che nasce dal marmo ai piedi della statua simboleggiano la morte prematura della principessa Cecilia. Il tema della vita e della morte è ripreso dal bassorilievo del pilastro su cui poggia la statua, raffigurante l’episodio biblico noto come “Noli me tangere”, nel quale Gesù risorto dice alla Maddalena di non cercare di trattenerlo. Molto probabilmente questa statua è anche un’allegoria alla sapienza, con riferimento a Iside, dea egizia della fertilità e della scienza iniziatica; questa associazione è dovuta al fatto che, secondo una tradizione, anticamente, nella stessa posizione in cui fu collocata la Pudicizia si trovava proprio una statua dedicata alla dea Iside. Anche quest’opera è attribuita al Corradini, anch’egli affiliato alla massoneria.

Il MONUMENTO AD ALESSANDRO DI SANGRO, autore dell’ampliamento seicentesco della cappella, è un’opera funebre, posta in una nicchia alla sinistra dell’altare maggiore. Sopra il sarcofago c’è un ovale con un semplice mezzobusto di Alessandro vestito in abiti religiosi. Di lato ci sono due colonnine di marmo colorato, che reggono un architrave su cui ci sono due angioletti. Il sarcofago poggia su un basamento, sempre in marmo, con una dedica che ricorda la carriera ecclesiastica di Alessandro.

Il DISINGANNO, è l’opera che Raimondo dedica a suo padre, Antonio di Sangro. Raffigura un uomo che si libera da una rete, simbolo del peccato da cui era oppresso: difatti, dopo la prematura morte della moglie e mentre il piccolo Raimondo era stato affidato al nonno paterno Paolo di Sangro, il duca Antonio condusse una vita disordinata e dedita ai vizi. Ormai anziano, però, Antonio di Sangro, tornato a Napoli e pentito dei peccati commessi, abbracciò la fede e si dedicò a una vita sacerdotale. In questa scultura, l’uomo è aiutato a liberarsi dalla rete del peccato da un putto, simbolo dell’intelletto umano, che con la mano destra indica il globo terrestre, simbolo della mondanità, adagiato ai suoi piedi. L’elemento della fede grazie al quale è possibile liberarsi dagli errori commessi è rappresentato dalla Bibbia ( testo sacro ma anche una delle tre “grandi luci” della massoneria) aperta poggiata al globo e dal bassorilievo sul basamento del pilastro, che raffigura l’episodio biblico di “Gesù che dona la vista al cieco”. Non solo. Evidenti sono anche i riferimenti alla massoneria, come il fatto che durante le iniziazioni per entrare nella loggia gli aspiranti erano inizialmente bendati e solo in seguito era loro concesso di aprire gli occhi per poter comprendere la verità. L’elemento che sicuramente colpisce della scultura è la fitta rete, completamente in marmo, che evidenzia la maestria del Queirolo. La composizione è completata da una lapide in cui Antonio di Sangro è indicato come esempio della “fragilità umana, cui non è concesso avere grandi virtù senza vizi”.

La SINCERITÀ è sita sul quarto pilastro destro della cappella ed è dedicata a Carlotta Gaetani, moglie di Raimondo di Sangro. Fu realizzata dal Queirolo, probabilmente su un modello in creta del Corradini. L’opera raffigura una donna di bella presenza, vestita con una semplice tunica, che regge con la mano sinistra un cuore, simbolo di amore e carità, e con la destra un caduceo, elemento quest’ultimo estraneo alle raffigurazioni canoniche della sincerità ma è uno dei simboli del dio Hermes, considerato fondatore dell’ermetismo. Simboleggia pace e ragione, l’unione degli opposti cioè zolfo e mercurio. La composizione è completata da un amorino, accompagnato da due colombe simbolo di purezza e fedeltà. L’opera è a ridosso della faccia di una piramide, in cima alla quale si trova un medaglione con il ritratto della dedicataria, anch’esso appena abbozzato perché al momento d la sua realizzazione Carlotta Gaetani era ancora vivente.

Il DOMINIO DI SÉ STESSI è situato in corrispondenza del terzo pilastro del lato destro della cappella ed è dedicato a Geronima Loffredo, moglie del sesto principe di Sansevero Paolo di Sangro e nonna paterna dl principe Raimondo. La scultura rappresenta un uomo vestito come gli antichi romani che porta al guinzaglio un leone, sottomesso ai suoi piedi. Ciò indica come l’intelletto e la forza d’animo possano prevalere sulle passioni e sull’istinto, come nel caso di Geronima, che viene descritta come “mai abbattuta dal destino ostile né troppo esaltata da quello propizio”. L’opera è completata da due putti e da un medaglione con il ritratto della donna. Anche in questo caso i riferimenti alla massoneria sono evidenti, in quanto il controllo delle proprie passioni è un elemento importante per l’ideologia seguita. Nelle rappresentazioni alchemica e il leone è simbolo della materia originaria o, come leone “rosso”, della realizzazione della pietra filosofale.

Il MONUMENTO A PAOLO DI SANGRO, SESTO PRINCIPE, è un’opera molto semplice e si trova nella seconda cappella sulla destra. È costituita da un mezzobusto di marmo rappresentante Paolo, con una vistosa parrucca e con le insegne delle importanti cariche politiche da lui ricoperte.

L’EDUCAZIONE è un’opera dedicata alle due mogli di Paolo di Sangro, Girolama Caracciolo e Clarice Carafa di Stigliano, ed è a ridosso di una piramide, in cima alla quale si trova un medaglione raffigurante il volto delle due donne. Rappresenta una donna che impartisce i suoi insegnamenti a un ragazzino, che ha in mano il “De officiis” di Cicerone, opera ritenuta essenziale per apprendere i doveri che un uomo onesto deve rispettare. Sul basamento c’è inciso “Educatio et disciplina mores faciunt” (L’educazione e la disciplina formano i costumi). Dunque, la formazione maturata sui testi della tradizione e la disciplina interiore rappresentano passaggi obbligati per il raggiungimento della perfezione a cui aspira l’adepto.

Il MONUMENTO A PAOLO DI SANGRO, SECONDO PRINCIPE, è un’opera funebre che occupa la prima cappella laterale a destra. Appartiene al primo gruppo di statue seicentesche e raffigura il dedicatario che si distinse per le sue doti militari al servizio di Filippo III di Spagna, in piedi vestito come un centurione romano e con una lancia spezzata nella mano destra.

L’AMOR DIVINO è un’opera sita sul lato destro della cappella ed è dedicata a Giovanna di Sangro, moglie del quinto principe di Sansevero, Giovan Francesco di Sangro. Raffigura un giovane semicoperto da un mantello che con la mano destra alza al cielo un cuore in fiamme, che indica un amore profondo. Ma, i numerosi rinvii simbolici a processi alchemici-iniziatici presenti all’interno della cappella, inducono a ritenere che sia chiaro il riferimento al fuoco come elemento che l’alchimista riceve da Dio.

MONUMENTO A GIOVAN FRANCESCO DI SANGRO, QUINTO PRINCIPE è la prima opera che si incontra sulla destra dell’ingresso. Rappresenta un grande angelo alato appoggiato a una lapide, che stringe nella mano sinistra una fiaccola rivolta verso il basso, in segno di lutto. Ai piedi dell’angelo c’è un’acquasantiera a forma di conchiglia. La dedica sulla lapide ricorda la fedeltà di Giovan Francesco alla corona spagnola e indica come data della sua morte il 1618, elemento errato perché il principe morì nel 1698.

Il MONUMENTO A CECCO DE’ SANGRO fu realizzato nel 1766 ed è collocato al di sopra dell’ingresso principale della cappella. Rappresenta un guerriero armato che indossa un’armatura mentre esce da una cassa: pare che durante la campagna delle Fiandre di Filippo II di Spagna, di cui Cecco di Sangro era ufficiale, per riuscire a conquistare la Rocca di Amiens egli si sarebbe finto morto e fatto chiudere dentro una bara, dove rimase per due giorni. Uscendo poi dalla cassa, era riuscito a cogliere di sorpresa i nemici, impadronendosi infine della rocca. Sopra Cecco, un’aquila stringe tra gli artigli alcune folgori, simbolo di forza e virtù guerriera, mentre ai lati della cassa ci sono due ippogrifi, simbolo di cura, che sembrano sorvegliare la scena. Anche in questo caso, sono molti i riferimenti alla massoneria: la posizione della scultura proprio al di sopra della porta d’ingresso fa sì che Cecco di Sangro sia visto come una sorta di guardiano del tempio, mentre la figura che esce dalla bara è un esplicito riferimento al tema della morte e della resurrezione.

La TOMBA DI RAIMONDO DI SANGRO si trova in una nicchia all’ingresso del passaggio che conduce alla sagrestia. Fu realizzata da Francesco Maria Russo nel 1759, quindi quando il principe era ancora in vita. Si tratta di un monumento molto semplice, composto da una grande lapide di marmo rosa con l’elogio del principe e sopra c’è una cornice di marmo con il ritratto di Raimondo che indossa una corazza. Il dipinto è sormontato da un grande arco decorato con armi, libri, strumenti scientifici e altri simboli che evidenziano le glorie militari e scientifiche del principe. La scritta sulla lapide di marmo non è incisa ma in rilievo, così come la decorazione con grappoli d’uva e altri motivi vegetali. Essendo posto sotto un lucernario di vetro e quindi poco protetto dagli agenti atmosferici, è l’unica opera della cappella che appare rovinata, alimentando così la diceria che il ritratto fosse maledetto. La scritta, tra le altre cose recita:

“Uomo mirabile, nato a tutto osare, Raimondo de Sangro, capo di tutta la sua famiglia, principe di San Severo, Duca di Torremaggiore…illustre nelle scienze matematiche e filosofiche, insuperabile nell’indagare i reconditi misteri della natura, esimio e dotto nei trattati e nel comando della tattica militare terrestre e, per questo, molto apprezzato dal suo Re e da Federico di Prussia…imitando l’innata pietà a lui pervenuta per l’ascendenza di Carlo Magno imperatore, restaurò a sue spese e con la sua saggezza questo tempio…affinché nessuna età lo dimentichi”.

Le MACCHINE ANATOMICHE sono custodite all’interno della cavea e sono fonte di notevole interesse e macabra meraviglia. Si tratta di due corpi, maschile e femminile, completamente scarnificati, che mostrano l’intera struttura scheletrica compreso l’intero sistema circolatorio. Anche in questo caso, non sono mancate leggende orripilanti e raccapriccianti. Di certo si sa che si tratta di un esperimento voluto dal principe e coadiuvato all’aiuto di un esperto anatomista dell’epoca, Giuseppe Salerno. Resta da stabilire se i due corpi, dai quali sono stati ricavati i due esemplari anatomici, fossero o meno vivi. C’è chi sostiene che per permettere alla sostanza fissativa di metallizzare i due apparati circolatori, la circolazione sanguigna doveva essere funzionante, quindi il cuore ancora pulsante. L’altra ipotesi ritiene che i due scheletri siano avvolti in una ricostruzione artificiale in cera d’api, filo di ferro, seta e coloranti. Esisteva anche un terzo corpo, un feto, trafugato però negli ultimi decenni del XX secolo.

La SAGRESTIA si trova sulla destra della cappella e qui sono collocati i monumenti funebri di due membri ottocentesco della famiglia di Sangro. Nelle vetrine sono conservati alcuni strumenti da laboratorio, probabilmente appartenenti al principe. Qui c’è anche la “Madonna con bambino “, quadro dai vivacissimi colori,realizzato da Giuseppe Pesce nel 1757, su commissione di Raimondo di Sangro, che voleva donarlo a Carlo di Borbone. Sul retro dell’opera, c’è una scritta:

“All’augustissimo Carlo, re delle Due Sicilie e di Gerusalemme, infante di Spagna, duca di Parma e Piacenza, gran principe ereditario di Toscana, inclito protettore delle belle arti, suo signore, Raimondo di Sangro, principe di S. Severo, primo inventore della dipintura colle cere colorate a tempera, questo primo saggio dona, dedica e consagra”.

Il CRISTO VELATO è sicuramente l’opera più nota della cappella ed è posto al centro della navata centrale. Realizzato da Giuseppe Sanmartino, si tratta di “una statua di marmo scolpita a grandezza naturale, rappresentante Nostro Signore Gesù Cristo morto, coperto da un sudario trasparente realizzato dallo stesso blocco della statua”. Cristo dunque, sdraiato su un materasso, con il capo sorretto da due cuscini e leggermente inclinato su un lato, è coperto da un velo trasparente che aderisce perfettamente al corpo martoriato. Non si possono non notare gli strumenti del supplizio, la corona di spine, i chiodi e una tenaglia. Proprio il velo, che copre senza celare, che anzi evidenzia ancor più il dolore e la sofferenza, ha alimentato la fama di alchimista di Raimondo, tanto che la leggenda vorrebbe che la trasparenza del velo sia riconducibile al fatto che si tratterebbe di un reale tessuto, trasformato misteriosamente in marmo da qualche processo chimico di invenzione del principe. In realtà, alcune lettere dell’epoca firmate dallo stesso Raimondo, confermano che il sudario sia stato “realizzato dallo stesso blocco della statua”.

Clara Miccinelli, studiosa dei linguaggi ermetici, specializzata nella loro decifrazione e con particolare attenzione al principe Raimondo di Sangro, è scomparsa per una malattia fulminante nel marzo 2017. Negli anni ’80, ha pubblicato diversi testi volti a riabilitare la figura di scienziato e alchimista del principe, offuscata da leggende nere dei secoli passati. Nel suo “Il principe di Sansevero-Verità e riabilitazione”, la studiosa ha raccontato di fenomeni paranormali nella sua abitazione che, in presenza di diversi testimoni, l’hanno portata in contatto con lo spirito di Raimondo che, attraverso alcuni messaggi scritti, la invitava a rivalutare le sue invenzioni e il suo sistema filosofico.la stessa Miccinelli pare abbia trovato un documento notarile in cui si parlava della marmorizzazione alchemica del velo del celebre Cristo Velato, atto però ritenuto da molti studiosi non autentico. Ancora, la studiosa, nel terzo capitolo del suo libro, riporta una scoperta che il principe aveva descritto in una lettera (sottoposta a perizia calligrafica e ritenuta autentica) datata 14 novembre 1763 indirizzata al barone H. Theodor Tschudy (cadetto del reggimento di Svizzeri al servizio del Re di Napoli ed esponente della Massoneria), che era suo amico. In essa vi sono dei passaggi scritti attraverso un CODICE A TRASLITTERAZIONE, quindi criptati, un codice definito “ROSACRUCIANO”. La Miccinelli ne ha fornito la chiave di lettura. Da quello che viene riportato, si evince che il principe aveva scoperto la RADIOATTIVITÀ NATURALE, a metà del ‘700! Infatti, con almeno 150 anni di anticipo sui coniugi Curie, scoprì che il “raggio-attivo” (come lo chiamava profeticamente) proveniente da un minerale, la “pechbenda”, che però lui indicava con termine vago (“…quelle sostane cristalline, luminescenti al buio color di pece e d’oliva che ebbi in dono da S. M. Di Prussia…che io purgai da silicio, rame e varie impurità, in crogiolo e in vari cammini alchemici…”) e che si estraeva proprio in Boemia (dalle cui miniere si estrasse a metà ottocento il materiale grezzo da cui i Curie isolarono il Radio), aveva un effetto mortale sui viventi (aveva provato sulle farfalle) che si poteva “schermare” con piombo (chiamato “Saturno”). Ecco come viene riportata:

“Allorquando ebbi incontro con Supremo Fr. S. Germain, per Gabalì/a lui mostrai la scoperta di quelle sostanze (che sapete)/cristalline/luminescenti al buio di color pece e d’olive/(ch’ebbi in gentile dono da S. M. di Prussina) ch’io purgai da/piombo, silicio, rame e varie impurità. Le quali subirono/in crogiolo concentrato nei vari cammini alchemici. Esse procurarono la morte di farfalle chiuse in ampolle con/coverchi forati. Infrapponendo lastra di Piombo/tra ampolle e sostanze, le farfalle non morirono./ Saturno blaccava raggio e affluvio mortali./ Il fenomeno è al pari di raggio-attivo, simile a quello osservasi nel Sole”.

E ancora:

“L’opera ha un significato e il suo significato può essere nascosto, così l’opera d’arte diviene simbolo…”

In ogni modo, qualunque sia la tesi o l’idea che ciascuno voglia perseguire e/o credere, l’unica certezza inequivocabile è che l’intera Cappella Sansevero è e resta un eccezionale capolavoro, così come è indubbia l’intelligenza fuori dal comune del principe Raimondo, additato forse ingiustamente, solo per essere stato un precursore dei tempi…

Fabiana Manna

Fabiana Manna

Pubblicato da Fabiana Manna

Salve! Sono Fabiana Manna e adoro i libri, l’arte, la musica e i viaggi. Amo la lettura in ogni sua forma, anche se prediligo i thriller, i gialli e i romanzi a sfondo psicologico. Sono assolutamente entusiasta dell’idea della condivisione delle emozioni, delle impressioni e delle percezioni che scaturiscono dalla lettura e dalla cultura. Spero di essere una buona compagna di viaggio!

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