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“GIOVANNI FALCONE, il primo magistrato a parlare di mafia”

“Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini” (G. Falcone)

Avevo quasi 19 anni quando quel 23 maggio del 1992, accadde qualcosa che segnò un forte cambiamento tra gli scenari politico-istituzionali italiani.   Alle 17.56 di un sabato caldissimo di fine maggio, la mano di Giovanni Brusca schiacciò il tasto del radiocomando a distanza che diede il via a una carica esplosiva pari a 5 quintali di tritolo, squarciando, per circa 100 metri, l’autostrada che collega Palermo all’aeroporto di Punta Raisi nei pressi di Capaci, scrivendo la parola fine nel libro della vita di Giovanni Falcone, magistrato simbolo della lotta alla mafia. Insieme a lui, la moglie Lucia Morvillo, sposata in seconde nozze, e gli uomini della scorta: Rocco Di Cillo di soli 30 anni, Antonio Montinaro, in assegnazione temporanea alla scorta di Falcone, che lasciò due bambini piccoli, e Vito Schifani che era alla guida della prima delle tre auto che scortavano il magistrato; un ragazzo di appena 27 anni che lasciò un bimbo di due mesi e la moglie Rosaria le cui parole durante il funerale, tra le lacrime e lo sfinimento, rimasero incise nella memoria collettiva : “Io vi perdono, però voi vi dovete mettere in ginocchio, se avete il coraggio di cambiare”. 23 furono inoltre i feriti. Perdono e coraggio furono le parole chiave che, insieme a quella maledetta carica esplosiva, cominciarono a scuotere le coscienze.

Giovanni Falcone era nato in un quartiere medio borghese della città di Palermo, la Kalsa, un quartiere di origine araba; zona centrale della città, sorta durante la dominazione islamica, ricca di monumenti in stile arabo-normanno, di opere d’arte rinascimentale e di mosaici bizantini, oltre a essere il luogo in cui è possibile ammirare la cinquecentesca Fontana Pretoria con le sue statue in marmo a grandezza naturale.  

Fu a seguito degli anni trascorsi a Trapani, dodici per l’esattezza, che Giovanni Falcone iniziò a entrare in contatto con una realtà prettamente mafiosa, ma furono gli anni in cui si spese attivamente anche a favore del referendum sul divorzio. Rientrato a Palermo re-incontrò il suo vecchio amico, il compagno di giochi e di scuola, l’amico di sempre, Paolo Borsellino, nato e cresciuto nello stesso quartiere. Entrambi laureati in legge pur se con iniziali percorsi differenti. Stavano entrambi lavorando allo stesso processo per associazione mafiosa, quello del costruttore edile Rosario Spatola, processo nel quale Falcone apportò notevoli iter innovativi alle indagini.  Siamo nei primi anni 80 e Palermo è sede di una vera e propria guerra di mafia,con un morto ogni tre giorni, alla fine del 1983 si contarono oltre 1200 vittime. Si scoprirà più tardi che le fila erano mosse dalla mano di Cosa Nostra con a capo Totò Riina. Lo scontro civile locale, non era diventato altro che una vera e propria guerra contro lo Stato, e a seguito dell’uccisione di Pio La Torre, membro della Commissione Antimafia oltre che Segretario Regionale Siciliano del Partito Comunista, lo Stato reagì rispondendo con il trasferimento a Palermo del Generale dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, già protagonista indiscusso nella lotta alle Brigate Rosse.    Cosa Nostra avvertì il pericolo e anche il Generale insieme alla moglie vennero uccisi barbaramente, i loro corpi vennero ritrovati riversi uno sull’altro all’interno di una A112 bianca. Ma la guerra contro lo Stato era solo all’inizio. Poco tempo dopo fu la volta di Rocco Chinnici, Capo dell’Ufficio Istruzione di Palermo.  Chinnici, venne sostituito da Antonino Caponnetto, magistrato senza alcuna esperienza nei processi di mafia che a seguito dei colloqui con Falcone si rese conto della necessità immediata di costituire un pool di magistrati antimafia.  Il primo a essere nominato fu proprio Falcone, già in prima linea alla lotta a Cosa Nostra, e dietro suggerimento dello stesso Falcone vi fu l’ingresso di Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta. Il lavoro di squadra iniziò a ritmo serrato, avviandosi al periodo dei grandi pentiti di mafia, primo fra tutti Tommaso Buscetta che iniziò la sua collaborazione con la giustizia a patto che il suo interlocutore fosse solo Giovanni Falcone. Grazie anche a questa “collaborazione” venne fuori il maxiprocesso; fu il più grande attacco a Cosa Nostra con 475 imputati, 360 condanne e 114 assoluzioni. Era il dicembre del 1987;Cosa Nostra non poteva perdonare. Continuò un lavoro dietro le quinte che a distanza di sei mesi iniziò a dare i primi frutti; a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro, Beppe Montana e Ninni Cassarà, collaboratore di Falcone, vennero uccisi. Da lì a breve, tanto Falcone quanto Borsellino vennero trasferiti nottetempo in Sardegna per poter concludere senza rischi l’istruttoria del maxiprocesso che venne depositata alla fine dello stesso anno.  Il clima politico, a seguito del maxiprocesso, iniziò a cambiare e su Falcone cominciò a soffiare un vento sfavorevole che gli tolse la titolarità delle grandi inchieste. Venne lentamente isolato e ostacolato al punto tale da essere addirittura accusato di nascondere prove importanti contro i politici mafiosi. Falcone decise allora di accettare la  direzione degli Affari Penali a Roma e di trasferirsi nella capitale da dove continuò, nonostante tutto, il suo impegno contro il potere mafioso.  Fu lui l’ideatore della rotazione dei giudici della Corte Suprema e fu grazie a un suo decreto che tutti gli imputati di Cosa Nostra, scarcerati a causa di una sentenza emessa dall’allora Presidente della I^ Sez. Penale della Corte di Cassazione, Corrado Carnevale, fecero rientro in carcere con la conferma di tutte le condanne. Totò Riina, al quale era stato confermato l’ergastolo, dichiarò vendetta.  Siamo nei primi mesi del 1992, quando sulla spiaggia di Mondello viene ucciso Salvo Lima e poche settimane più tardi, sulla strada Agrigento – Porto Empedocle, venne ammazzato il Maresciallo dei Carabinieri Giuliano Guazzelli.  Fu l’inizio della fine.  Il Capo del Capi iniziò la trattativa con lo Stato, con il famoso “Papello” nel quale erano contenute 12 richieste: dalla revisione della sentenza del maxiprocesso all’annullamento del 41bis, la riforma della legge sui pentiti, la chiusura delle supercarceri, nessuna censura sulla posta dei familiari, la revisione dell’associazione di tipo mafioso, etc.    

Falcone è consapevole dei rischi che corre, sa di essere “un morto che cammina”; il primo tentativo di attentato lo ebbe nel mese di giugno del 1989 presso la villa che aveva affittato per trascorrere le vacanze al mare, passato alla storia come l’attentato dell’Addaura. Tentativo fallito a causa del detonatore difettoso che non fece esplodere l’ordigno posizionato tra gli scogli a pochi metri dall’abitazione.  In seguito a ciò, Falcone dichiarò che a volere la sua morte erano sicuramente “menti raffinatissime” che intendevano bloccare le sue indagini.

Tanto in Europa quanto negli Stati Uniti, la sua “tecnica innovativa” di indagine per la lotta alla mafia, fu argomento di interesse e dal quale prendere esempio. Solo l’Italia tentò di sminuire il suo operato al punto tale da essere bistrattato addirittura dagli stessi magistrati. Tanto Falcone quanto altri magistrati che investigatori furono diffamati e accusati finanche di proteggere i mafiosi.        

E’ il 10 agosto del 1991 durante il funerale del giudice calabrese Antonino Scopelliti, suo caro amico, che Falcone intuisce di essere ormai il prossimo obiettivo di Cosa Nostra, tanto da confidarlo al fratello dello stesso Scopelliti.  

In un’ intervista dichiarò:

“Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere.”  

Chissà che il verbo riuscire non abbia in realtà celato il verbo volere …

Dopo la strage di Capaci, per ben 57 giorni vi furono manifestazioni per la legalità ma il 19 luglio dello stesso anno il suo amico fraterno Paolo Borsellino, accomunato dallo stesso tragico destino, venne assassinato sotto casa della madre in Via D’Amelio.

Nel 2012, in occasione del ventesimo anniversario della strage di Capaci, Giorgio Napolitano, allora Presidente della Repubblica, ha inaugurato “La Teca Falcone” a Roma, nella Piazza della Scuola di Formazione e Aggiornamento della Polizia Penitenziaria, un manufatto in acciaio e cristallo contenente i resti della Fiat Croma Bianca del Magistrato. Molte sono le strade, le piazze e le scuole, non solo in Sicilia ma in tutta Italia, dedicate a Giovanni Falcone.  In Via Notarbartolo, a Palermo, davanti all’ingresso della sua abitazione è stato collocato un albero nominato “Albero Falcone”, che raccoglie oltre a fiori, pensieri, messaggi e frasi dedicate al Magistrato.  Nel 2008, la località Ponte di Nona, a Roma, su proposta dell’allora sindaco Walter Veltroni, fu nominata “Villaggio Falcone”. Nel luogo dell’attentato è stata eretta una stele contenente i nominativi di tutte le vittime di quella che tutto il mondo conosce come Strage di Capaci.

Giovanni Falcone ha dedicato la sua vita alla lotta contro la mafia, identificando Cosa Nostra come organizzazione verticistica parallela allo Stato. La sua morte, seguita da quella di Paolo Borsellino segnò l’inizio di un percorso unico. Molti equilibri ormai precipitati, diedero la possibilità di sferrare un attacco pesante nei confronti di Cosa Nostra. Ma per far sì che il sacrificio di grandi uomini come Falcone non sia vano occorre portare avanti il principio di Legalità e Giustizia, vigilando affinché non venga mai meno la grande lezione di vita che egli ha lasciato, perché come disse durante un’intervista a Rai Tre:

“ La mafia non è affatto invincibile. E’ un fatto umano e come tutti i fatti umani, ha un inizio e avrà una fine. Piuttosto bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave e che si può vincere non pretendendo eroismo da inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni”.

Educare alla legalità dovrebbe essere naturale tanto quanto impartire i principi basilari di educazione, rispetto per il prossimo e senso civico. E’ errato pensare che agire secondo legalità sia un compito di pertinenza esclusiva dello Stato, della Magistratura o delle Forze dell’Ordine.  Il termine Legalità non è solo un emblema da sbandierare nei cortei e nelle manifestazioni; non è un sostantivo da utilizzare perché di moda, chic o di tendenza. La Legalità è, e deve essere, principalmente uno status, una forma mentis sulla quale lavorare fin dall’infanzia.  Fondamentale il ruolo genitoriale e familiare tanto quanto quello scolastico. Non deve essere un concetto astratto, una materia didattica, una disciplina di studio finalizzata al voto e alle interrogazioni, ma deve diventare un principio cardine da applicare quotidianamente nelle azioni, nel linguaggio e nel pensiero. Non occorre essere eroi o grandi uomini delle istituzioni per praticare la legalità, ma è necessario sicuramente essere ricettivi nei confronti di qualcosa che, pur se ovvio e naturale, non è ancora, purtroppo, qualcosa di così scontato. Non è la legge del più forte, non è una gara, ma è l’unico sistema per eliminare quei retaggi culturali errati e talmente radicati che spesso, portano perfino a dire che avere una mentalità mafiosa non significa essere un mafioso. Riflettiamo su questa frase se veramente vogliamo che le cose possano iniziare a vedere la luce del cambiamento e, soprattutto, se non vogliamo rendere vano e totalmente inutile il sacrificio di uomini come Giovanni Falcone.

Teresa Anania

Teresa Anania

Pubblicato da Teresa Anania

Eccomi..... Sono Teresa Anania, e ho una passione sfrenata per i libri. Un amore iniziato ad otto anni e cresciuto nel tempo. Amo scrivere e riversare, nero su bianco, emozioni, sentimenti e pensieri concreti e astratti. La musica è la colonna sonora della mia vita. Ogni libro lascia traccia dentro di noi e con le recensioni, oltre a fornire informazioni "tecniche", si tenta di proiettare su chi le leggerà, le sensazioni e le emozioni suscitate. Beh..... ci provo! Spero di riuscire a farvi innamorare non solo dei libri ma della cultura in senso lato.

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