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Afa d’agosto, di Lucio Sandon

Immagine di Lara Michelotti

Racconto di Lucio Sandon

Il sito archeologico di Oplontis è un complesso architettonico di epoca romana distrutto dall’eruzione del Vesuvio, rinvenuto intorno al settecento ma riportato alla luce solo una quarantina d’anni fa. L’intera area comprende una villa d’otium, luogo di riposo e diletto, e una villa rustica che fu di Lucius Crassius Tertius.
La prima, circondata da ampi giardini era appartenuta a Poppea la seconda moglie dell’imperatore Nerone, conosciuta per la sua avvenenza e per i suoi bagni nel latte d’asina. Nella residenza è stato rinvenuto un piccolo complesso termale e una ricca serie di affreschi che raffigurano fiaccole, animali, frutta e maschere. Finte porte e colonne, correlate all’architettura reale, creano stupendi giochi prospettici: una fusione fra il vero e l’immaginario. Meravigliosa è la natura morta conservata nel triclinium: un cesto di vimini ricco di fichi, coperto da un leggero drappo. La sua leggerezza è sinonimo di una ricercata tecnica pittorica, mentre i due pavoni intrecciati in una perfetta prospettiva vengono studiati nei libri di disegno in tutto il mondo. Nella Villa di Lucius Crassius Tertius, ricco mercante locale, è stato rinvenuto un vero e proprio tesoro conosciuto come “Gli ori di Oplonti”, composto da monete, gemme e gioielli di varia fattura, unguenti e tantissimi altri oggetti preziosi. La villa godeva anche di una piscina lunga 64 metri e larga 17, pavimentata in cocciopesto e destinata alle naumachie, cioè gli spettacoli di battaglie navali.

https://archeoclubtorre.altervista.org/blog/foto-video-ori-oplonti/

Era la metà degli anni ottanta, e sul porto di Torre Annunziata a poche decine di metri dalla villa, i gabbiani strillavano furiosi la loro stizza contro le barche ormeggiate, mentre il vento di maestrale sembrava ruggire da un’enorme fornace accesa dalle parti di Capri.
L’uomo correva boccheggiando e tamponandosi il collo sudato con uno straccio sporco, alla ricerca prima del telefono, poi della rubrica telefonica.
«Mannaggiammiseria n’dovcazzstà? Eccoqua…Pecchènunrisponnmannaggiammiseria!»
«Clinica veterinaria.»
«Ah, finalmente! Dotto’ avete capite chi sono?»
«In verità non proprio.»
«So Peppino dottò! Dottò è urgente! Ci sta la signorina con gli occhi chiari, quella bellina, svelta?»
«La dottoressa Marisa è in ferie.»
Marisa era a un metro da lui, in carne ed ossa, più carne che ossa.
«E quell’altra, la bionda?»
«La dottoressa Alessandra sta operando, posso esserle utile io?»
«Allora nun ce sta nisciuno?»
«Abbia pazienza, non è che può dire a me?»
«Vabbuò ja, venite voi, però fate presto.»
«Se mi dice di cosa si tratta, mi segno la notizia e dopo la chiusura vengo a fare la visita.»
«Non mi sono spiegato dottò, è cosa urgente… Se non venite subito vi mando a prendere dai ragazzi»
Un brivido corse lungo la schiena del dottor Gardenia nonostante i trentacinque gradi e l’umidità al novanta per cento di quel mese di agosto di fine secolo scorso: i ragazzi di don Peppino sopraggiungevano solitamente con delle moto potentissime che guidavano a velocità folle nel traffico, in gruppi di tre o quattro, facce da paura, rigorosamente senza casco e vistosamente armati.
«Dieci minuti e sono da lei, ma non mi può anticipare niente?»
«Zucchero è caduto nel pozzo mentre stavamo giocando con la palla, correte!»
Zucchero era un pastore abruzzese, bianco come la neve e cattivo come il demonio. Montava la guardia alla villa di Don Peppino da Torre Annunziata, e probabilmente nelle sue vene scorreva più sangue di lupo che di cane: il dottor Gardenia se n’era accorto quando all’età di due mesi aveva tentato di staccargli una falange con un morso.
La villa di don Peppino era stata costruita abusivamente con vista sulla villa di Poppea, e vi si accedeva tramite un vicoletto presidiato ventiquattr’ore al giorno dai “ragazzi” a scanso di visite sgradite di gang rivali o forze dell’ordine. Superato il check point, il veterinario in sella alla sua vecchia moto fu fatto passare attraverso una robusta cancellata in ferro battuto che chiudeva un arco in pietra evidentemente d’epoca romana, e da qui fu accompagnato da due robusti guardaspalle presso l’abitazione. Si trattava di una lussuosa costruzione disposta intorno a una piscina, con davanti un grande prato perfettamente curato al cui confine faceva bella mostra di sé un pozzo, con il suo giubbetto di parietaria e l’impalcatura per il secchio.
Don Peppino si sporgeva con tutto il tronco all’interno del pozzo, appendendosi maldestramente alla catena e rischiando di rimanere incastrato nell’imboccatura. L’uomo imprecava e chiamava il cane a gran voce, mentre dall’interno del pozzo proveniva un furioso abbaiare in risposta alle sue urla.
«Finalmente dottò, siete venuto a piedi?»
«Ho fatto una corsa, don Peppino, ci ho messo dieci minuti!»
«Vabbuò, cerchiamo di fare presto. Questi deficienti hanno paura di entrare nel pozzo. Volevo calarmi io ma sono troppo grosso, per questo volevo le signorine!»
Il dottor Gardenia era giovane e magro ma non aveva dimestichezza con la speleologia e soprattutto era oppresso dalla paura. Paura dell’ira di don Peppino, paura di entrare in quell’antro oscuro, e specialmente paura di Zucchero, il quale ogni volta che si trovava al suo cospetto gli dimostrava tutto il suo disprezzo e la sua antipatia, con ringhi e bianche zanne sguainate.
«Dottò, salvatemi il mio Zucchero, sapete bene che la mia gratitudine non ha confini!»
Questo era vero, e il dottor Gardenia aveva diverse spese da sostenere. La decisione venne presa su due piedi.
«Datemi una pettorina, una torcia e recitate una preghiera per me.»
Il dottor Gardenia calò coraggiosamente nella buia voragine tenendosi ben stretto alla catena, mentre una robusta corda tenuta da due killer gli segava la schiena e le spalle. In mano la torcia e il guinzaglio, e dentro l’anima il terrore nero.
Man mano che si addentrava nel pozzo, strisciando fra erbe e pietre, mentre le radici degli alberi gli graffiavano il viso e disgustosi insetti gli ronzavano intorno, sentiva il sudore scorrere sulla fronte fino a fargli bruciare gli occhi, mentre il corpo si ricopriva della polvere accumulata in molti secoli nell’antro disseccato, e poi mischiandosi al sudore si rapprendeva in rivoli nerastri. Masticando bestemmie contro Zucchero, don Peppino, e la malasorte che gli aveva fatto scegliere quel mestiere, il giovane cercava di fare un po’ di luce verso il fondo, in modo da poter fermarsi a debita distanza dai canini della bestia impaurita.
Ad un certo punto il dottor Gardenia cominciò a distinguere la base del pozzo senza però vedere il grosso cane da cui arrivavano comunque urla e guaiti.
La temperatura del cunicolo si avvicinava a quella di un forno, e il battere impetuoso del suo cuore non aiutava certo a rendere agevole la discesa, ma finalmente la punta di una scarpa toccò le pietre del fondo, poi con le gambe tremanti il veterinario si abbassò per vedere meglio dove si trovava. Dal punto in cui era atterrato si apriva una galleria parallela al terreno che si dirigeva in leggera pendenza verso il basso. Era proprio qui che si era rifugiato il cane nero, del quale distingueva solo la brace che sprizzava dai suoi occhi e il baluginare candido della dentatura, mentre ringhiando rinculava nella galleria per allontanarsi dal suo dottore, convinto forse che quello fosse lì per la sua vaccinazione annuale.
Il cunicolo dove la bestia si ritirava e il veterinario avanzava con la torcia puntata, era lunga quattro o cinque metri e alta meno di uno. Dietro, alle spalle di Zucchero si distingueva una flebile luce provenire dal basso, come se sfociasse in una cavità comunicante con l’esterno: di questo l’animale non si rendeva conto in quanto procedeva strisciando all’indietro e con la torcia puntata negli occhi cosicché arrivato alla fine della galleria finì con le zampe posteriori nel vuoto. In quegli attimi concitati, il cane perse l’equilibrio e iniziò ad annaspare per tentare di riguadagnare il terreno solido, che però essendo limaccioso e viscido tendeva a farlo scivolare ancora di più verso il basso trascinato dal suo stesso peso. Quando la mano dell’incosciente veterinario gli bloccò con una stretta ferrea la grossa zampa, la reazione sarebbe stata quella di ogni cane quando gli si stringe forte una zampa: morso immediato. Invece Zucchero piantò i suoi occhi neri in quelli del suo medico, e in un attimo lungo una vita, instaurò con lui un patto.
«Non lasciarmi, salvami la vita e io non ti stacco la mano con un morso».
Centimetro dopo centimetro Zucchero venne issato sul bordo della galleria e mentre l’uomo si abbandonava al suolo cercando di ingoiare un po’ d’aria, il cane prese a leccargli il viso: il suo alito non era proprio una ventata di freschezza ma con le due mani lui prese il testone bianco e lo strinse in un abbraccio liberatorio. Dopo qualche minuto, visto che da fuori cominciavano ad agitarsi, il dottor Gardenia decise a tornare indietro, ma la curiosità aveva preso il sopravvento.
Strisciando bocconi si avvicinò al bordo del baratro, cercando di capire da dove venisse quella luce. Affacciandosi, vide che era capitato in un’antica cisterna d’epoca romana, che prendeva luce da una feritoia posta sulla sommità, forse comunicante con le cantine della villa imperiale, mentre nel fondo si scorgeva del vasellame ed altri oggetti semisepolti. Un vero tesoro per un archeologo, ma anche uno scrigno da saccheggiare per delinquenti come quelli che lo aspettavano in superficie.
Il giovane si riscosse e mentre si trascinava a ritroso verso la superficie, il cagnone lo aiutava in tale impresa elargendogli gli impulsi del suo fiato pestilenziale a un centimetro dal suo naso, che provvedeva anche ad inumidire con frequenti leccate di gratitudine.
Ritornati a vedere il sole, cane e uomo, riportati in superficie dalle forti braccia di numerosi scagnozzi, Zucchero perseverava nelle sue manifestazioni di affetto e riconoscenza nei confronti del suo salvatore, ignorando invece don Peppino e suscitandone in tal modo la gelosia indignata.
«Comunque vi ringrazio dottò… Ma come mai non uscivate più, avete trovato il tesoro di Poppea?»
«No, ero rimasto incastrato in una roccia. Grazie vado via subito, scappo a fare un tuffo in mare!»
E corse via a cavallo della sua moto, non senza aver fatto un’ultima carezza al grosso cane.
Il mare di Torre Annunziata non era più quello che aveva affascinato Goethe. Nel porto sfociava il collettore principale della fogna cittadina con il suo carico di liquami, e quindi per fare un bagno bisognava uscire parecchio al largo. Il guardiano delle barche avvertì il dottor Gardenia.
«Dotto’ meglio che nun esci in mare con il gommone: ce sta viento ‘e maestrale!»
«Enzo, vado solo a fare un tuffo, ora sono le due, tra mezz’ora sono di ritorno!»
Il gommone del dottor Gardenia solcava allegramente le acque del golfo nella più assoluta solitudine: il vento di maestrale teneva tutti lontano dal mare, ma lui non ci badava, ansioso solo di fare una rinfrescante nuotata per togliersi di dosso la polvere, il sudore e la puzza di Zucchero. In pochi minuti il fuoribordo lo portò in vista delle coste di Capri, circa a metà strada tra l’isola e la costa, dove l’acqua era cristallina e i delfini accompagnano i natanti. E qui fece l’errore fatale. Immemore di quanto aveva imparato in tanti anni di mare, fermò il motore e si tuffò strappandosi di dosso i vestiti luridi canticchiando una canzoncina in voga, senza calare prima l’ancora.
Non aveva il costume, si lanciò solo con le mutande.
E non aveva calcolato la forza del maestrale: quando riemerse la piccola imbarcazione si era spostata di pochi metri, ma abbastanza da impedirgli di toccare la scaletta con il braccio teso.
«Ok, pensò lui, due bracciate e ti prendo!»
Le bracciate divennero dieci, ma il gommone sembrava volerlo beffare, spostandosi sempre di qualche metro lontano dal punto in cui lui aveva pensato di raggiungerlo. Dopo due o tre tentativi a vuoto, nel veterinario cominciò a subentrare un poco di ansia, ma il fisico era ancora fresco, e un po’ di movimento non gli avrebbe fatto altro che bene, pensò. Però ogni volta che si soffermava un attimo a riprendere fiato, il natante si allontanava di una decina di metri, così senza indugio lui si lanciò alla rincorsa con tutta la forza che ci poteva mettere, ottenendo il risultato di rimanere senza fiato in mezzo alle onde mentre l’amato gommone si allontanava sempre di più dalla sua portata. A quel punto, messo da parte l’orgoglio, pensò di guardarsi intorno per cercare aiuto, ma il mare tutt’intorno era una distesa deserta, mentre si rese improvvisamente conto che a pelo d’acqua la curvatura terrestre gli impediva di scorgere la riva. Poteva vedere tutt’al più la mole del vulcano e la sagoma dell’isola di Capri, e a quel punto si trattava di decidere verso quale riva dirigersi. L’imbarcazione veniva spinta verso la terraferma dal vento che soffiava da ovest e questo gli fece pensare che sarebbe stato meglio seguire la stessa direzione, facendosi trasportare un po’ dalla corrente.
L’acqua del mare che gli era apparsa stupendamente fresca dopo l’afa della mattinata, ora sembrava divenire via via sempre più fredda, mentre crampi muscolari gli bloccavano ora le gambe ora le braccia, impedendogli di nuotare, e obbligandolo a frequenti soste in cui si metteva nella posizione del “morto” che però lo obbligava a pensare alla condizione in cui si trovava, e ad immaginare i titoli dei giornali del giorno dopo.
Professionista disperso al largo di Capri, il corpo non si trova ancora, affannose le ricerche in mare.
Non vedeva più nemmeno il gommone, sospinto rapidamente verso riva dalla forza del vento.
La forza cominciava ad abbandonarlo, insieme alla speranza di salvarsi, quando sentì in lontananza la vibrazione di un potente motore e dei latrati insistenti. Con gli ultimi spiccioli di energia prese a dibattersi tra i flutti, agitandosi e urlando verso l’imbarcazione che veniva verso di lui e che pochi minuti dopo averlo avvistato, lo raggiunse.
Tonino e il suo compare Ciruzzo, erano stati spediti da don Peppino alla ricerca del naufrago dopo la preoccupata telefonata dell’ormeggiatore, il quale non vedendo rientrare in orario il gommone del veterinario, aveva pensato di avvertire innanzitutto il suo datore di lavoro. La decisione sulla direzione da prendere era stata affidata a Zucchero il quale aveva smaniato per salire a bordo del motoscafo, e piazzatosi a prua aveva iniziato ad abbaiare e puntare le orecchie in una direzione ben precisa. I due malviventi e il cane avevano presto avvistato il gommone alla deriva, e avevano poi proseguito nella direzione indicata dall’intelligente animale. Tra volgari battute e grasse risate, il professionista venne ripescato e portato alla banchina del porto ove, vestito solo con un paio di boxer azzurri, venne aspramente richiamato dal guardiano, e ammonito per il futuro a tener debito conto dei consigli degli esperti. Fu con tale succinto abbigliamento che con forte ritardo sul solito orario, il dottor Gardenia raggiunse la sua clinica dove lo aspettavano alcuni allibiti clienti e le sue collaboratrici, le quali provvidero a rivestirlo sommariamente e sottrarlo alla curiosità degli astanti, ma non certo alla loro, che fu soddisfatta con un breve resoconto dell’accaduto.
Negli anni successivi tale racconto servì a rallegrare gli animi delle collaboratrici del veterinario e a ridacchiare di gusto, al ricordo dell’uomo disperso in mare.

Alcuni dei protagonisti di questa storia sono deceduti prematuramente per intossicazione acuta da piombo, mentre altri hanno preferito trasferirsi in lidi dove l’aria fosse più respirabile.
Zucchero morì a sedici anni, tra le braccia del suo amico dottore che lo accompagnava verso l’arcobaleno con gli occhi pieni di lacrime.

Lucio Sandon

Lucio Sandon

Pubblicato da Lucio Sandon

Nato a Padova e trasferito a Napoli da ragazzo, Lucio Sandon lavora come veterinario. Ha pubblicato tre romanzi: Il Trentottesimo Elefante, La Macchina Anatomica, e Cuore di Ragno. Poi due raccolte di racconti con protagonisti cani, gatti, tigri, leoni e altri animali incontrati durante la quarantennale carriera: Animal Garden e Vesuvio Felix, e infine una raccolta di racconti comici: Il Libro del Bestiario Veterinario. La Macchina Anatomica – Graus editore, è risultato nel 2018 vincitore del premio letterario Talenti Vesuviani, e si è classificato al secondo posto del concorso letterario Albero Andronico, al terzo posto del premio letterario Montefiore di Cattolica, ed è stato selezionato tra i finalisti del premio Zeno di Salerno. Cuore di Ragno – Graus editore, è già stato premiato nel 2019 come vincitore sia del premio letterario Città di Grosseto “Amori sui generis” come inedito, che dei premi letterari Velletri Libris e Talenti Vesuviani, come opera edita. Cuore di Ragno verrà premiato al Campidoglio nell’ambito del concorso letterario internazionale Alberoandronico, mentre è risultato vincitore del Concorso letterario Città di Grottammare nella sezione Romanzo storico. E’ in uscita a firma di Lucio Sandon dopo l’estate, per i tipi di Jonglez Editore di Versailles, la guida turistica del Molise dal titolo “Il Molise Insolito e Segreto. Lucio Sandon collabora con il giornale online Lo SpeakersCorner, dove pubblica settimanalmente il racconto della domenica. Due di essi sono stati premiati: segnalazione di merito al Premio Iplac - Voci di Roma, e Premio Letterario Letizia Isaia, primo premio narrativa. http://www.lospeakerscorner.eu/lo-scrittore-lucio-sandon-e-i-suoi-racconti/

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